Pietrasecca di carsoli foto



Pietrasecca di carsoli foto

ScuolAnticoli

Dal 2006 al 2018 Libera Scuola di Umanità, senza fedi né credi,

ispirata alle scoperte di Massimo Fagioli e alla Costituzione.

Fondata e diretta da Luigi Scialanca ad Anticoli Corrado (Roma).

 

ScuolAnticoli va in pensione!

(L’immagine di copertina della prima homepage di ScuolAnticoli)

 

Dopo 15 anni, la “Libera Scuola di Umanità” che nel 2003 chiamai ScuolAnticoli “va in pensione”, cioè non sarà più aggiornata: una decisione difficile e dolorosa, ma necessaria per tre importanti motivi...

 

1. La concorrenza dei cosiddetti social media, che già da qualche anno sta causando (non solo a ScuolAnticoli, ma a quasi tutti i siti indipendenti) una progressiva, inesorabile diminuzione delle visite.

 

2. L’enorme mole di lavoro resa necessaria dall’aggiornamento di un sito così ambizioso: una fatica che da poco meno di un quarto della mia vita sostengo da solo per molte ore al giorno, e che il calo delle visite di cui sopra mi fa sentire ormai inutile e intollerabile.

 

3. Ma specialmente la necessità (e il piacere, e talvolta la gioia) di dedicare il tempo di cui dispongo (che non è poco, ma che l’età avanzata riduce a vista d’occhio davanti a me) alla scrittura dei miei romanzi, racconti, saggi, e alle grandissime soddisfazioni che essa continua invece a darmi malgrado tutto.

 

ScuolAnticoli, però, non sarà cancellata! Queste pagine, immagini, scritti, questo lavoro di tanti anni, e l’immensa memoria (non solo mia) che qui è custodita, resteranno sul web finché vivrò.

 

Grazie a tutti per l’attenzione!

 

Luigi Scialanca

(Giovedì 8 marzo 2018)

 

 

Le (quasi) Mille più Belle immagini di ScuolAnticoli

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Il Concerto di Natale della Banda del Ponte di Anticoli e Roviano

Il bellissimo Concerto di Natale della Banda del Ponte di Anticoli Corrado e Roviano nella chiesa di Santa Vittoria ad Anticoli il 26 dicembre 2017.

Quarantacinque minuti di emozioni!!!
Con il Complesso Bandistico Ponte sullAniene di Anticoli Corrado e Roviano, il Complesso Bandistico Santa Cecilia di Anticoli Corrado, il Complesso Bandistico Gioacchino Rossini di Roviano e tutti i bravissimi musicisti che onorano e allietano i nostri due Paesi! E con Carmine Toppi, che ha fatto le riprese.

(Sabato 6 gennaio 2018. Luigi Scialanca, ).

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(Martedì 28 novembre 2017. Luigi Scialanca, ).

 

 

 

I bambini sentono la falsità. Diffidano e hanno paura degli adulti insinceri. Provano ribrezzo per una carezza ipocrita. E distinguono alla perfezione la falsità “recitata” (cioè la finzione, nel gioco o nello spettacolo) da quella di chi è falso davvero.

Tutti i bambini, a riprova del fatto che nessuno nasce insensibile. Che ogni essere umano, per natura, percepisce in ogni altro anche quel che non si vede né si tocca, e che la ragione non calcola né può misurare.

Poi, col tempo, non resistendo al dolore loro inflitto da adulti anaffettivi, alcuni lo diventano anch’essi. Pèrdono la naturale capacità di sentire la differenza tra il falso e l’autentico. Anzi: nemmeno la capiscono più. Se gli si dice che le azioni e le opere, quando non esprimono ma nascondono e contraffanno la realtà umana di chi le compie, sono ripugnanti e malsane pur se tecnicamente “perfette”, anche solo comprenderlo razionalmente è per loro impossibile.

Cosa rimane, a quel punto, del rapporto con gli altri? La valutazione razionale della loro utilità. E del rapporto con ciò che gli altri fanno? La valutazione razionale della sua perizia tecnica. Dell’abilità con cui viene eseguito.

In questo, anzi, si può diventare “intenditori” così esperti, critici così “raffinati”, da illudersi di essere in contatto con quel che si esamina anche se invece, dinanzi a esso, non si sente più niente.

Un’opera d’arte, per esempio, come un abbraccio, può dare piacere o ribrezzo, gioia o dolore. Ma non agli attuali “esperti”. Né tanto meno a chi non può ribellarsi alla loro tirannia perché non ha più sentimenti né affetti che gliela rendano insopportabile.

(Mercoledì 22 novembre 2017. Luigi Scialanca, ).

 

 

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Non vi è imitare che non sia schernire, consapevolmente o meno.

L’adorazione del passato, come ogni altra fede, è creazione, imposizione e adorazione del falso. (Luigi Scialanca)

 

Nel bellissimo scritto di Birgitt Shola Starp Hebborn, Alegre, Dietrich, Starp... vite intrecciate di artisti in Anticoli Corrado, pubblicato su Aequa n°34 nel luglio 2008, vi è soltanto una frase con cui non sono d’accordo, l’ultima: “Affido al flusso cristallino della Vita Vera questi ricordi e questi cari morti, sperando che dal loro stato illuminato possano dare impulsi vitali e pieni di gioia e amore ad Anticoli Corrado, che tanta magia ha ispirato e vissuto”.

Non voglio intromettermi nel rapporto di Birgitt con i suoi “cari morti”. Sarebbe insensato, oltre che violento. Quel che non accetto è l’idea che essi (sia pure dall’attuale loro “stato illuminato”, ovunque siano o non siano) possano offrire ad Anticoli Corrado “impulsi vitali e pieni di gioia e d’amore”. Eric Hebborn, specialmente, secondo me ha inflitto ad Anticoli, e non solo ad Anticoli, “impulsi” non “vitali” ma distruttivi, e pieni non certo “di gioia e d’amore”, ma di disperazione e odio. E mi pare che continui a farlo, anche da morto, dallo stato molto poco illuminato che creò per sé nelle menti di certi Anticolani, per i quali il suo ricordo è ancora oggi tanto prezioso quanto incompreso.

Il rapporto in cui voglio intromettermi, dunque, è quello di Eric Hebborn (e dei suoi “seguaci” di allora e di oggi) con l’umanità, con la donna, con l’arte, con Anticoli Corrado. Per estinguere, una volta per sempre, gli “impulsi” che tale rapporto ha imposto e seguita a imporre a noi tutti.

Le parole appassionate e sincere di Birgitt Shola Starp lo dicono chiaramente: Eric Hebborn cercò di distruggerla, come donna e come artista. Perché? Perché odiava le donne. Odiava l’arte. Odiava, soprattutto, l’umanità. Eric Hebborn non fu mai un vero artista, ma per tutta la vita finse di esserlo per spacciare il proprio odio per amore. E fu Anticoli, piccola e indifesa come Birgitt allora, che odiò più di qualsiasi altro luogo: fu ad Anticoli che cercò per trent’anni di falsificare e distruggere il rapporto con l’arte sul quale si basa, da secoli, la nostra speranza e la nostra lotta per serbarci umani.

“Ci volle un anno e mezzo” scrive Birgitt “prima che Eric Hebborn mi rivolgesse la parola personalmente, anche se ogni giorno frequentavo la sua casa” [in qualità di compagna dell’artista Manfred Dietrich]. “Allora non avevo la minima idea della natura dei suoi introiti né della sua attitudine a condurre una doppia vita: ingenuamente lo consideravo un amico e un artista”. “Le [sue] lezioni furono una grande tortura, per me. [...] La mia gioia del dipingere e la passione per i colori scomparvero. [...] Il [suo] modo accademico di fare arte violentò la mia indole, il mio approccio alla creazione dell’immagine, che era sempre partito [...] da un forte senso di attrazione affettiva per i soggetti”. “Mi fu così ostico sottostare alla sua disciplina e rappresentare quei soggetti banali, che non dipinsi addirittura più. Ancora oggi [2008], per me, è una sfida enorme riprendere i pennelli: mi si bloccò l’accesso ludico, personale, passionale ai colori”. “Ero arrivata a vent’anni ad Anticoli, già piena di artisti rinomati e di vent’anni più vecchi di me. [...] Io, con talento e abilità ma compagna di un artista, dovevo essere... solo compagna. Manfred non incoraggiava la vendita delle mie opere ai suoi clienti. Anzi: se diventavo sua collega, andava in crisi”. “Quando mostrai a Eric Hebborn il mio libro di schizzi, realizzati nei cinque anni di convivenza con Manfred, mi disse con durezza e disprezzo che li avevo fatti solo per fare colpo”.

Un comportamento così disumano contro una ragazza di vent’anni, “colpevole” solo di crederlo “un artista e un amico”, da dove poté scaturire se non da un odio forsennato per tutte le donne?

Birgitt, nel suo scritto, se lo domanda: “Cosa mai era stato a suscitare in lui quella lettura contorta dei miei lavori?” Ma non risponde. Eppure intuì, forse senza rendersene conto, che Hebborn cercava di distruggere, in lei, la donna che le rappresentava tutte: tutte le splendide, vitali, appassionate, immaginose, intelligenti donne delle quali non tollerava l’esistenza.

Tant’è vero che decise di lasciare Anticoli, oltre che per sottrarsi alla mortale fascinazione di quell’odio e ritrovare sé stessa, per dedicarsi a una ricerca sull’immagine femminile: “Nell’accademia olandese di Kampen [...] andai avanti da sola nelle sale deserte, fuori orario, incoraggiata da un professore che riconobbe la mia ricerca. [...] In assenza di punti di riferimento, iniziò [per me] una lunga serie di apparizioni tematiche sugli archetipi femminili. Per decenni svolsi ricerche storiche, antropologiche, di fiabe, religioni comparate, iconografia religiosa internazionale, simbologia, psicologia junghiana, storia dell’arte, [...] per orientarmi in questa nuova, strana forma di espressione che mi scaturiva tra visione, sogno e ricerca formale e materica, e che non seguiva alcun canone stilistico e tecnico appreso fino ad allora”.

E la ricerca ebbe successo: Birgitt uscì dal nefasto “cono d’ombra” di Hebborn, e nel 1993 ne diede prova con la mostra Archeologia del seme, inizio di un nuovo, personale cammino che a distanza di un quarto di secolo continua a esserle fecondo di scoperte e di realizzazioni.

Rifiutando Hebborn, come donna e come artista, Birgitt Shola Starp non è fallita. E del proprio successo ha offerto ad Anticoli la mirabile prova che l’Amministrazione Meddi volle porre all’ingresso del Comune che ci rappresenta tutti: la Danza delle anime gemelle.

E Anticoli? Quali effetti ebbe, sulla collettività anticolana, la trentennale “intossicazione” a cui fu sottoposta dalla fucina d’odio di Eric Hebborn e della sua corte degli anti-miracoli?

Una cosa è certa: ad Anticoli, che con l’immagine femminile aveva e ha non pochi e non piccoli problemi, l’odio di Hebborn non poteva far bene, e non gliene ha fatto.

Ma c’è di più. Eric Hebborn, ripeto, non odiava “solo” l’immagine femminile: odiava anche Anticoli. Ed è ovvio: non poteva non odiarla, perché l’immagine di Anticoli è femminile. È l’immagine che le diedero le modelle anticolane1, alcune delle quali artiste esse stesse, e i pittori e gli scultori ― veri, non fasulli ― che alle donne di Anticoli si ispirarono perché le amarono. Poiché ebbero, per Anticoli e per le Anticolane, il “forte senso di attrazione affettiva per i soggetti” di cui parla Birgitt.

Delle seicento pagine dell’Autobiografia di un falsario, Hebborn ne dedica ad Anticoli Corrado, dove trascorse metà della sua vita, appena l’un per cento, vale a dire 6 (sei). Ma dire “dedica” è mistificante: in quelle pagine Anticoli è tutt’al più nominata, e sempre con irrisione. Chiamando le modelle “paesane” e sùbito disinteressandosene. O trattando da disonesti gli Anticolani che percepirono compensi dai produttori del film Il segreto di Santa Vittoria. O invocando il “perdono di Dio” su Arturo Martini e sulla sua fontana in Piazza delle Ville2. Perché?

Anche questo è ovvio: poiché l’immagine vera di Anticoli è femminile e artistica. Ed Eric Hebborn non odiava “solo” le donne: odiava anche l’arte. Non lo dico io: lo dice, senza volerlo, proprio l’Autobiografia di un falsario. Lo dice, insomma, la storia di tutta la sua vita.

La carriera “artistica” di Hebborn, infatti, ― al pari della sua vicenda umana e dei suoi rapporti, tutti imperniati sull’annullamento della donna3 ― si basò sull’annullamento, in blocco, dell’arte novecentesca. Cioè sull’annullamento di tutta l’arte, poiché (così come ogni essere umano non è quello che fu o sarà, ma quello che è nel presente), l’arte non è mai la sua storia, il suo passato, ma sempre la sua ricerca, la rotta attuale della sua navigazione attraverso l’Oceano infinito dell’Umanità. Da dove essa viene è molto importante, certo. Ma quel che l’arte è oggi è dove sta andando.

Per Eric Hebborn, la ricerca artistica del ’900 ― cioè, ripeto, tutta l’arte ― non esisteva. Non era arte. Ma se non era arte, che cos’era? Niente. “Amare” l’arte, per Hebborn, consisteva nel renderla inesistente tutta “pensando” che l’arte abbia cessato di esistere alla fine dell’800.

Ora, la gravità di tale annullamento non la può comprendere, nemmeno alla lontana, chi ignora che annullare non significa “mancare d’interesse”, “trascurare”, “distrarsi”, “dimenticare”. Non è “respingere” un rapporto. L’annullamento4 è odio attivo, ancorché inconsapevole, nei confronti della realtà umana di cui sono pieni tutti i rapporti e tutte le attività umane. Nei confronti, cioè, di quel che rende umani tutti noi e dell’individuale vissuto umano di ognuno. È, per esempio, trattare una donna come se sia nulla, come fece Hebborn con Birgitt, senza neppure accorgersene, e anzi continuando a credersi e a farsi credere in rapporto con lei. È, insomma, stroncare la realtà umana non fisicamente, con la violenza materiale, ma bensì rendendola inesistente. Inoculando anche negli altri il proprio “pensiero” gravemente patologico che essi non esistano umanamente: che siano, umanamente, nulla.

In quali altri? Viste le “ambizioni” di Hebborn, nella collettività umana: in tutto il pianeta. Vista, invece, l’effettiva portata patogena della sua azione, nella collettività anticolana.

In una collettività, cioè, la cui esigenza era ed è l’esigenza opposta di essere aiutata a uscire dall’annullamento. A sentire che la donna esiste. Che esiste l’arte. Che esiste l’umanità.

Scaltramente ― anche se forse inconsapevolmente ― Eric Hebborn dissimulava il proprio odio per l’arte professando un amore appassionato per l’arte de ’na vota (“di una volta”, in dialetto anticolano): per l’arte “classica”. Per i grandi maestri del passato e per le loro opere.

Amore vero? No.

Che amore è, infatti, quello che per tutta la vita si dedica a svalutare l’amata imitandola, contraffacendola, falsificandola, e in tal modo instillando in lei e in tutti un dubbio tormentoso sulla sua validità umana e sulla sua bellezza? Non è amore: è, ancora una volta, puro odio.

(Birgitt Shola Starp lo dice: “Eric Hebborn era troppo pieno di angosce per essere autentico: la sua autenticità gli avrebbe fatto produrre mostri come quelli che Goya dipinse nella Casa del Sordo”. Ma Birgitt, benché individui esattamente la malattia, sbaglia la diagnosi: Hebborn era falso non perché altrimenti avrebbe dipinto mostri, ma perché la sua azione mostruosa ― antiartistica, antifemminile, antiumana ― non poteva compiersi che per mezzo del falso).

Egli, dunque, non cercò di rendere inesistente “solo” l’arte del ’900. Falsificando l’arte “classica” fece sì che ancora oggi, dinanzi a qualsiasi opera, ognuno si ritrovi dolorosamente a domandarsi: “Sarà autentica o di Hebborn?” “Sarà originale, o di qualche altro falsario come Hebborn?” “C’è umanità, in questa opera, appassionata e sincera, o invece il nulla?” “C’è umanità, negli artisti, o solo finzione e raggiro?” “C’è umanità, in ognuno di noi, o solo un’ignobile commedia?”

Questo e non altro è il “pensiero” sull’arte e sull’umanità che Eric Hebborn ha diffuso per tutta la vita ovunque ha potuto. E in particolare, per trent’anni, in Anticoli Corrado.

Da Eric Hebborn, le Anticolane e gli Anticolani subirono per trent’anni un attacco continuo, oltre che al rapporto con la donna, al rapporto con l’arte (e quindi con l’umanità). Da un lato attraverso l’annullamento della ricerca artistica del ’900, dall’altro attraverso la falsificazione dell’arte classica. Come odio per l’una, e come scherno (poiché imitare è sempre schernire) per l’altra.

E oggi?

Oggi, da oltre vent’anni, Hebborn non c’è più. Ma ci sono ancora i suoi “seguaci”.

“Grazie” ai quali Anticoli, se un problema ha, è proprio l’annullamento della ricerca (nel presente e per il futuro) camuffato da “amore”, fasullo e falsificante, per il passato. E quindi l’annullamento della propria umanità, presente e futura, camuffato da “amore”, fasullo e falsificante, per i propri “avi”.

Come Hebborn, i suoi “seguaci” ― che non sono, sia chiaro, tutti gli Anticolani, e forse nemmeno la maggior parte ― continuano imperterriti a imitare (cioè falsificare e disumanizzare) il passato “pensando” di amarlo. Come se il ’900 non ci fosse stato, continuano a sfilare in processioni e pellegrinaggi che non sono altro che contraffazioni anaffettive di quelli che furono; continuano a esibire come preziose reliquie le foto d’epoca, o addirittura le foto attuali in costume “folkloristico”, mentre lasciano andare in rovina il centro storico e insozzano la splendida piazza delle Ville; continuano ad adorare le mummie di tutti quelli che direttamente o indirettamente tentarono di distruggere Anticoli (da Corradino d’Antiochia a... Hebborn, da Stalin a Renzi, da Mussolini a Berlusconi) mentre disprezzano chi tenta di ricostruirla; continuano a saltellare al ritmo dei tamburelli, degli organetti e delle zampogne mentre rendono inesistente, senza neppure accorgersene, il ritmo appassionato, talvolta splendido, talvolta tragico, del vissuto umano di tutti e di ognuno. E così facendo abbandonano i propri figli, disgustati da questa atmosfera perennemente funebre ma non sempre capaci di tentare di renderla diversa, e annullano l’esigenza comune di una ricerca nuova, di un’arte nuova, di un’umanità all’altezza di sé stessa.

Dalla morte di Hebborn a oggi, solo due opere, ad Anticoli, anziché falsificare il passato illudendosi di amarlo, si sono avventurate nel presente: la Danza delle anime gemelle, di Birgitt Shola Starp, e Agliu Vadu, la nuova fontana del Vado di Paula Caccavale5. Due donne, non a caso. Entrambe mai considerate, dai passatisti-misogini-hebbornisti di cui sopra, come meritavano e meritano.

Ma l’adorazione del passato, come ogni altra fede, è creazione, imposizione e adorazione del falso. E annullamento, al contempo, del presente, del vero, dell’umano.

Tu nun sì andicurano” (“Tu non sei anticolano”) dicono alcuni a chiunque non cerchi di umiliare sé e gli altri costringendosi e costringendoli all’eterna ripetizione coatta di un passato fasullo. Intendendo: “Tu non esisti”. “Tu sei nulla”. E continuando, perciò, ad affidarsi ai falsari, ai misogini, agli odiatori dell’umanità. Peggio: a ripetere i falsari, i misogini, gli odiatori dell’umanità.

 

 

Quasi ogni donna, nell'infanzia, fu talora un maschietto. Pochi uomini, invece, furono bambine almeno una volta.

Testo di Luigi Scialanca. Immagine tratta dalla Green 'N' Growing Collection (The History of Home Demonstration and 4-H Youth Development in North Carolina), Special Collections, North Carolina State University Libraries - 1951, North Carolina, il cui originale è nel North Carolina State University Libraries Special Collections Research Center. Il libro sul banco è il testo scolastico Sharing Adventures, Macmillan Reader, 1951).

 

 

Fotografia di Luigi Scialanca.

(Mercoledì 8 marzo 2017. Luigi Scialanca, ).

 

 

(Giovedì 19 novembre 2015. Luigi Scialanca, ).

 

 

(Lunedì 17 agosto 2015. Luigi Scialanca, ).

 

 

E se dal giorno in cui veniamo al mondo, anno dopo anno, con una serie di riti si tenti di confondere, in ognuno di noi, l’esperienza umana della vita?

Se con un primo rito si cerchi di mistificare, nei nostri genitori e un domani in noi, il significato umano delle nostre nascite?

Se più in là, con un secondo rito, si tenti d’ingannarci sul rapporto umano convincendoci che esso è sacrificio disumano di sé e dell’altro?

Se quindi, con un terzo rito, si cerchi di confonderci sull’umana ricerca di ognuno di noi sulla propria storia riducendola a un’interminabile sequela di ammissioni e cancellazioni di colpe?

Se in seguito, con un quarto rito, si tenti di cancellare, in ognuno di noi, il senso del fondamentale momento del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, e con esso il rapporto umano della donna con l’uomo e dell’uomo con la donna?

Se poi, con un quinto rito, si cerchi di devastare, in ognuno di noi, l’umanità dell’amore, con le sue gioie e le sue sofferenze, raggelandola in un dogmatico dovere verso la divinità?

E se infine, con un sesto rito, si tenti di falsificare il significato umano della morte spacciandola per una nascita? E alterando, così, il senso dell’intera vita?

Sarebbe mostruoso, vero?

Ebbene, dipende solo da noi che così non sia. Da ognuno di noi.

(Domenica 17 maggio 2015. Luigi Scialanca, ).

 

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Le bellissime pagine della Maestra Cristina:

per grandi e piccini.

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Le bellissime Pagine dei nostri ottimi e cari Collaboratori e Amici.

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Vuoi leggere ma non hai tempo? In "Righe di Libri" il tempo per te lo mettiamo noi.

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Una Bellissima Signora di 65 anni: la Costituzione della Repubblica Italiana.

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Femmina e Maschio, un appassionante romanzo di Luigi Scialanca

Nel 2097 la Terra è un mondo abbandonato, e chi non ha potuto lasciarlo

stenta a rimanere umano. Un vecchio solitario insegue, non visto, una ragazza

in fuga dai suoi aguzzini. Per aiutarla? Per violentarla e ucciderla? Solo i lupi

dagli occhi d’oro e dal manto azzurro che li spiano dal folto sanno, forse,

pur senza esserne consapevoli, dove andare e cosa fare per non essere distrutti...

Intanto, se vuoi, clicca qui per leggere il primo capitolo!...

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E guarda il video!...

Come Femmina e Maschio, il mio precedente romanzo,

Albart Remanus e il piccolo Re delle Due Lune è parte

di un più vasto progetto letterario intitolato Il Pianeta dei Bambini,

che sarà completato, salvo imprevisti, entro la fine del 2018...

Entrambi i romanzi, tuttavia, sono opere in sé compiute: chi ha letto

Femmina e Maschio riconoscerà in Albart Remanus e il piccolo Re delle

Due Lune” l’ambientazione e alcuni dettagli significativi.

Ma chi non l’ha letto comprenderà e apprezzarà lo stesso questo

suo “seguito”, e magari ne sarà invogliato a leggere anche l’altro...

I personaggi e la storia sono naturalmente diversi.

Con Albart Remanus e il piccolo Re delle Due Lune lasciamo la Terra

e sbarchiamo sul Pianeta dei Bambini. Dove il piccolo Fabian

Remanus, nipote del geniale creatore della psicofisica, e i bambini

e le bambine suoi compagni, sono prigionieri della misteriosa scuola

“d’eccellenza” diretta dalla sempre sorridente Olimpia.

Prigionieri? Sì. Quasi tutti vi sono stati portati a pochi mesi di età,

e da allora non hanno più visto i loro genitori. Né, del resto,

alcun altro adulto, a parte Olimpia e i suoi insegnanti.

Sono stati abbandonati? Rapiti? Riusciranno a fuggire?

E Albart Remanus, che ha ormai ottantanove anni

(ed è anch’egli esiliato su un pianeta deserto a migliaia di anni-luce

dai confini della Galassia) riuscirà ad aiutarli

prima della sua imminente (irreversibile) morte?...

Nuove pagine de Il Pianeta dei Bambini! Gratis, questa volta!

E ne arriveranno altre, anche se non è facile

sceglierle ed elaborarle in modo che non vi rivelino troppo!

Luomo dalla luce propria, in pdf cliccando qui!

e cliccando qui vedi su YouTube il bellissimo video di soli 30 secondi!

- È un amore appassionato. E l’estate del ‘36 è indimenticabile per entrambi,

se ancora ventisette anni dopo, nel 1863, recatosi a Treviri per i funerali della

madre, Karl potrà scrivere a Jenny: “Tutti i giorni sono andato in pellegrinaggio

alla vecchia casa dei Westphalen, che mi ha interessato più di tutte le antichità

romane poiché mi ricordava i tempi felici della giovinezza e racchiudeva il mio

tesoro più caro. E ogni giorno, a destra e a sinistra, mi hanno domandato della quondam «più bella ragazza» di Treviri e della «reginetta del ballo».

È terribilmente piacevole, per un uomo, che la moglie viva ancora nella fantasia

di tutta una città come «la principessa del sogno»” -.
Karl, Jenny, Heinrich e la pura perla: una vicenda che non si può non conoscere,

amare, piangere. Poiché ben pochi amori, o forse nessuno, hanno influito

sulla Storia dell’Umanità più della passione tra il diciottenne Karl Marx

e la ventiduenne Jenny von Westphalen. E pochi rapporti padre-figlio, o forse

nessuno, hanno pesato su un amore più di quello tra Heinrich Marx e il figlio

Karl. Non, almeno, su un amore così importante per la Storia dell’Umanità.

Citato su Segnalazioni il 12 giugno 2016.
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Forte di una doverosa, estrema cautela anticreazionista , Ian Tattersall

muove alla ricerca di cosa sia, invero, l’unicità umana, il nostro essere speciali.

“Noi esseri umani facciamo parte della natura” scrive “ma, pur essendo

il risultato degli stessi processi naturali che hanno generato tutte le altre miriadi

di forme di vita del mondo, ci sentiamo diversi dagli altri organismi. E questo in

effetti è vero, sebbene si possa sostenere che anche le altre specie sono uniche.

Tuttavia la nostra diversità consiste nel fatto che noi, e solo noi, siamo in grado

di riflettere su di essa”. Ma “in che cosa consiste la nostra unicità?” si domanda.

“Quali attributi ci danno il nostro acuto senso di diversità rispetto a tutte le altre

specie viventi?” E risponde: “L’essenza dell’umanità è innegabilmente

il simbolismo [...]. Se vi è una sola cosa che distingue l’uomo da tutte le altre

forme di vita, attuali o estinte, è la capacità di pensiero simbolico: saper

generare complessi simboli mentali ed elaborarli in nuove combinazioni.

È questo il fondamento dell’immaginazione e della creatività: la capacità, solo

umana, di creare un mondo nella propria mente, e di ricrearlo in quello reale

che si trova all’esterno. Altre specie possono sfruttare il mondo esterno

con grande efficienza, [...] ma tutte mantengono, sostanzialmente, il ruolo

di soggetti passivi e meri osservatori” . È dunque il “pensiero simbolico”

il “fondamento dell'immaginazione”? Ma come potremmo “generare simboli

mentali” se non fossimo già dotati di immaginazione? Se cioè non fosse

piuttosto l’immaginazione il fondamento del pensiero simbolico? E se la nostra

diversità è la capacità “di riflettere [mediante simboli mentali] su di essa”,

su cosa si fonda l’“acuto senso di diversità”, il nostro sentirci diversi (anch’esso

unico, dal momento che il “sentire” non è certamente un “riflettere”)?...

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Rendere fisicamente umane le figure delle cose rendendole forme.

Essere come e più degli dei, che di umano, al mondo, non hanno fatto che noi

per lasciare a noi il compito di fare di più. “Io penso che le armonie delle cose

vengono verso di noi come le anime vanno verso Dio” (lettera di Arturo Martini

a Giovanni Comisso, giugno 1918). “La fine del mondo... si avrà quando l’artista

avrà dato scacco matto, cioè purezza e assoluto, a ogni oggetto relativo

alla natura (a ogni realtà del mondo)” (Gino Scarpa, Colloqui con Arturo Martini,

2 agosto 1944). Ma nel ‘45, quando detterà queste parole, Arturo Martini

avrà ormai perduto l’intuizione del 1891 che lo “spirito” che ogni realtà

del mondo tende a raggiungere non è altro che l’umanità che solo nel corpo

dell’essere umano è già per natura; e aggiungerà: “Sono religioso”,

poiché altro non resta che la fede nell’anima che è di Dio a chi non ha più

la visione concreta della forma che è del corpo dell’essere umano.

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La donna che si offre a un artista come Modella ― diversamente dalla prostituta

ma diversamente, in altra guisa, anche dalla lavoratrice che si offre a un

imprenditore come bracciante o operaia ― offre e propone all’uomo non un

qualsiasi rapporto di lavoro, e neppure un qualsiasi rapporto sessuale, ma un

rapporto interumano che in entrambi fonderà le dimensioni lavorativa e sessuale

nella realizzazione di un’immagine di lei in cui l’uomo realizzerà l’umanità che lo

rende creativo e la creatività che fa di lui un artista. E la donna...

E la donna?

Se la Modella fosse un mazzo di fiori in un vaso, o una gatta sdraiata al sole,

del rapporto sarebbe oggetto passivo. Ma è una donna, e in quanto tale è,

come l’uomo, un essere che per natura non può che creare o annientare,

consapevole o no che ne sia. E dunque, a meno che non si offra per distruggersi,

è di un’immagine che anche la Modella va in cerca, attivamente, per quanto rozza

l’abbia già resa la sua ancor giovane vita: dell’immagine di sé del tutto nuova, mai

esistita, mai vista prima, che pian piano farà e conoscerà nell’indurre e accogliere

i modi e i gesti dell’uomo, i movimenti delle sue mani, gli sguardi, le rare parole,

l’amore; e il dipinto o la scultura, infine, che da tutto ciò scaturirà.

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Vita e Avventure di Bimba, che ha divorziato dai suoi (sedicenti) Genitori

e vive con il suo (forse non sedicente) Maggiordomo...

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Anticolane e Anticolani

Passeggiata ad Anticoli Corrado

Sette minuti di Anticoli Corrado. Sette minuti di pura bellezza.

E qualche istante di malinconia.

Alla ricerca del tempo perduto...

Tutte le Classi della Scuola media di Anticoli dal 1982 in poi...

Tutte le Classi della Scuola media di Arsoli dal 1982 in poi...

Tutte le Classi della Scuola media di Riofreddo dal 1982 in poi...

Tutte le Classi della Scuola media di Roviano dal 1982 in poi...

E inoltre...

(Quasi) Tutte le Gite e i Viaggi della Scuola Media Statale Celestino Rosatelli di Arsoli (Roma) e delle sue sedi staccate di Anticoli Corrado, Camerata Nuova, Riofreddo e Roviano: dalle più antiche alle più recenti, dai primi anni '80 a oggi

(Quasi) Tutte le Gite e i Viaggi dal 1980 in poi...

dei ragazzi di ieri e di oggi di Anticoli, Arsoli, Camerata Nuova,

Riofreddo e Roviano: dalle più antiche alle più recenti,

dai primi anni ’80 a oggi.

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Dopo otto anni, la pagina Inesistenza del cielo su Anticoli Corrado

si conclude avendo raggiunto il suo obiettivo fondamentale: la

più vasta documentazione mai raccolta sull’inesistenza del cielo.

La più vasta documentazione mai raccolta sull'inesistenza del cielo: L'Inesistenza del cielo su Anticoli Corrado.

L'immagine di sfondo di questa pagina, raffigurante piazza delle Ville ad Anticoli Corrado, è un dipinto dell'artista danese Viggo Rhode (1900-1976). L'ha segnalata a ScuolAnticoli il signor Peter Holck. Rielaborazione grafica di Luigi Scialanca.

ScuolAnticoli

La Terra vista da Anticoli Corrado

Libera Scuola di Umanità, senza fedi né credi,

ispirata alle scoperte di Massimo Fagioli

e alla Costituzione della Repubblica Italiana.

Diretta da Luigi Scialanca - Anticoli Corrado (Roma).

Non tutti i Gatti vengono per Nuocere: Clicca e Vedrai!



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Carsoli - Wikipedia
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Paesaggi d'Abruzzo - Un appassionante viaggio alla
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ScuolAnticoli - La Terra vista da Anticoli Corrado
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Comune di Carsoli (AQ) - Italia: Informazioni
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1914 - World War One - Anne Frank House
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